Quando un figlio si ammala, il mondo si restringe all’essenziale.
I giorni diventano corridoi d’ospedale, terapie, attese. E dentro quell’attesa, ogni genitore trova il proprio modo di restare in piedi.
Per Simone, papà di Alessandro, quel modo ha preso un nome semplice, quasi ironico. Lo ha scelto suo figlio.
«Alessandro dice sempre che Emanuele, il fratello, è la persona gentile che lo fa divertire. La mamma, mia mogile che è medico, è la persona gentile che lo rassicura. Il papà, dice, è la persona gentile che mi fa tutto quello che gli chiedo. Una specie di fattorino».
Simone lo racconta sorridendo. Non c’è nulla di eroico in quella definizione, e forse proprio per questo contiene tutta la verità.
Essere utili diventa una forma concreta di amore.
I mesi dentro l’attesa
Alessandro ha 17 anni.
Prima della malattia era un ragazzo come tanti: un po’ artista, un po’ ribelle, con una grande passione per la chitarra e pochissima per i libri.
Poi, improvvisamente, la diagnosi.
Una leucemia arrivata senza preavviso, che ha trasformato la vita della famiglia in un percorso lungo mesi tra Bologna e Roma. Cure complesse, terapie innovative, il trapianto di midollo donato dal fratello maggiore Emanuele.
«Quando ha saputo che il donatore sarebbe stato suo fratello – racconta Simone – ne è stato felicissimo. È stata una cosa che gli ha dato molta gioia».
Da dicembre 2025 la famiglia è ospite della Grande Casa di Peter Pan ODV.
Ma prima di arrivare qui ci sono stati mesi durissimi.
«Abbiamo vissuto praticamente sempre in ospedale. Oltre nove mesi dentro quelle stanze.
Per un ragazzo che non riusciva a stare fermo nemmeno a scuola, è stata ed è tutt’ora una prova enorme. Eppure Alessandro non si è mai lamentato.
«È un ragazzo che riempie una stanza. Ha una capacità incredibile di portare buon umore».
Una forza che ha sorpreso persino suo padre.
Il ruolo dei papà
Quando un figlio affronta una malattia grave, ogni genitore reagisce in modo diverso.
Molto spesso le madri diventano il riferimento diretto delle cure quotidiane.
Per i padri, il posto da trovare è più sfumato. Simone lo racconta con una lucidità disarmante.
«Qui in ospedale mia moglie segue tutte le cose mediche. Io mi rendo utile come posso. Se vuole dei biscotti vado a comprarli. Se il giorno dopo vuole le pizzette, vado a prendere le pizzette. Se vuole le parole crociate corro in edicola».
È così che nasce il papà fattorino.
Un padre che attraversa Roma per trovare miniature da dipingere, figurine, vernici, qualsiasi cosa possa rendere la giornata di suo figlio un po’ più leggera.
«È il mio modo per dire che alla fine della giornata sono stato utile anch’io».
Perché quando la medicina è nelle mani dei medici, ai genitori resta una missione altrettanto importante: tenere viva la normalità.
Far respirare libertà dentro l’ospedale
Alessandro ama la musica. Suona la chitarra classica, e anche bene.
Prima della malattia aveva partecipato a un concerto importante, a Pordenone, tra giovani chitarristi provenienti da tutta Italia.
Oggi la chitarra è diventata anche un termometro.
«Quando mia moglie mi dice che sta suonando, io sono contento. Vuol dire che sta bene».
E quando l’ospedale diventa troppo stretto, il papà fattorino entra in azione.
Soldatini da dipingere.
Album di figurine.
Piccoli oggetti che non cambiano la realtà, ma la rendono respirabile.
«È un modo per portarlo fuori da lì, pur stando lì».
Scoprire un figlio nuovo
Ci sono rivelazioni che arrivano solo nelle tempeste.
Simone pensava di conoscere bene suo figlio. E invece la malattia gli ha mostrato un Alessandro che non aveva mai scoperto.
«Non credevo avesse questa forza. Nonostante io sia sempre stato presente nella sua vita, mi ha sorpreso.
In nove mesi di ospedale non ha mai perso il sorriso.
È straordinario nel senso etimologico del termine: fuori dall’ordinario».
Per un padre, scoprire questa forza nel proprio figlio cambia tutto. Anche il modo di correre a comprare figurine.
Una casa dentro la tempesta
Quando Simone parla di Peter Pan lo fa con stupore.
Prima della malattia non conosceva questo mondo.
«Non avevo mai affrontato un problema così enorme. Non avevo idea di quante famiglie vivessero tutto questo».
Nella Grande Casa ha trovato qualcosa che non si aspettava.
La condivisione.
Pranzare insieme. Cucinare con altri genitori. Ridere anche quando il cuore è pesante.
«Se fossimo in un albergo saremmo sempre soli. Qui invece conosci altre famiglie, parli, ridi. Ti senti meno solo».
Un senso di famiglia che nasce spontaneamente tra chi sta attraversando lo stesso mare.
«Una Casa che che è attenta ai bisogni, con una sensibilità unica».
La festa del papà
Il 19 marzo, Simone non sa ancora come festeggerà, ma non importa.
Forse è proprio questo il significato più profondo dell’essere padre quando la vita si complica.
Restare. Essere presenti.
Correre per la città alla ricerca di piccole cose che possano accendere una scintilla di normalità. Perché a volte l’amore dei padri non si racconta con grandi gesti.
A volte assomiglia semplicemente a un “papà fattorino” che attraversa la città per comprare dei soldatini.
E torna con il sorriso.
Perché sa che, in quel momento, suo figlio sta aspettando proprio lui. 💚
In ordine: Alessandro e suo fratello Emanuele; Alessandro e mamma Deborah; papà Simone davanti al portone di Peter Pan ODV.
Far respirare libertà dentro l’ospedale













