“Oltre la nebbia, il mare”: le parole lasciate da una famiglia alla Grande Casa di Peter Pan ODV

Il racconto di una vita sospesa che, tra cure, scuola, giochi e nuovi legami, ha continuato a sorprendere.

Quando papà Antonio ha iniziato a scrivere, le valigie erano già pronte.

Dopo due anni a Roma per il percorso di cura di Giulia, la Sicilia era tornata a essere una destinazione reale: non più soltanto la casa ricordata e desiderata, ma il luogo verso cui ripartire insieme.

«Scriviamo queste righe con il cuore colmo di un’emozione che fatichiamo a contenere, mentre i bagagli sono pronti e la nostra amata Sicilia ci chiama all’orizzonte.»

Pochi giorni dopo, una fotografia ha chiuso simbolicamente il viaggio: Giulia, il fratellino Gabriele, mamma Martina e papà Antonio davanti a un grande cartello con scritto “Welcome Home” (Bentornati a casa).

Prima della partenza, però, ci hanno lasciato una lettera e un estratto della raccolta poetica “Oltre la nebbia, il mare”. Trentadue pagine dedicate alle persone, ai luoghi e agli incontri che hanno accompagnato la loro permanenza a Roma.

Lasciare tutto senza sapere cosa aspettarsi

Quando la famiglia era arrivata a Roma, Giulia aveva già attraversato interventi delicati e una lunga riabilitazione per recuperare la parola e i movimenti. Ora doveva iniziare la chemioterapia.

Martina ricorda soprattutto lo spaesamento:

«Abbiamo lasciato casa, lavoro e familiari. Soli con due bambini piccoli non sapevamo cosa ci aspettava. Eravamo spaesati e impauriti.»

Anche l’idea di condividere la quotidianità con altre famiglie con figli malati di cancro rappresentava qualcosa di nuovo. La nostalgia della Sicilia era costante, ma i primi rapporti nacquero rapidamente, nei luoghi comuni e nei gesti ordinari della Grande Casa.

«Siamo stati accolti sin da subito dalle altre famiglie ospiti con tanti sorrisi e gentilezza. Ancora oggi siamo in ottimi rapporti con loro.»

La convivenza non ha cancellato le preoccupazioni, ma ha permesso di condividerle con chi viveva giornate simili.

«Si crea una sintonia unica. Basta uno sguardo per capire com’è andata la giornata in ospedale.»

Per Martina è questa la particolarità più difficile da spiegare a chi non ha attraversato la stessa esperienza: la possibilità di essere compresi senza dover ricominciare ogni volta il racconto.

La vita che non era stata prevista

Nella lettera, Antonio torna ai primi mesi, quando ogni pensiero era concentrato sulle cure, sulla riabilitazione e sulle condizioni di Giulia.

Poi, accanto agli appuntamenti in ospedale, hanno iniziato a riapparire esperienze che sembravano lontane.

«La vita, qui a Peter Pan, ha deciso di sorprenderci. Giulia non ha solo sostenuto la terapia con una forza micidiale; ha riconquistato una qualità di vita che, solo poco tempo prima, sembrava un traguardo lontano e incerto.»

Ci sono stati momenti che la famiglia non pensava di poter vivere in quel modo.

«Tra un ciclo di cure e l’altro, abbiamo visto Giulia correre verso il mare, giocare sulla sabbia, respirare la libertà.»

E poi il ritorno a scuola:

«L’abbiamo vista sedersi tra i banchi, recuperando quel pezzetto di normalità che la malattia aveva provato a strapparle.»

Non si tratta di una parentesi separata dal percorso di cura. È la quotidianità che tenta di ricomporsi intorno alle terapie: un giorno di scuola, un’uscita, un gioco, un’attività da aspettare.

In quei giorni l’energia di Giulia è diventata un riferimento anche per i genitori.

«La sua capacità di sorridere nonostante tutto è la vera forza che muove le nostre gambe quando siamo stanchi.»

La Casa di Roma di Giulia e Gabriele

Giulia racconta la propria esperienza col sorriso stampato:

«Sono fortunata perché ho due case: una a Catania e una a Roma.»

Gabriele è arrivato nella Grande Casa quando non aveva ancora due anni. Qui è cresciuto, ha imparato a riconoscerne gli spazi e ha costruito una parte importante dei suoi primi ricordi.

«La mattina, appena si svegliavano, non vedevano l’ora di scendere a giocare con le Wendy e con gli altri bambini.»

Per lui Peter Pan non era il luogo temporaneo in cui la famiglia doveva soggiornare. Era semplicemente casa.

Le poesie di Antonio restituiscono anche la parte più leggera di quella quotidianità. Nel testo dedicato a Gloria, volontaria del laboratorio di ceramica, scrive:

«Tra i colori, i pennelli e i laboratori,
abbiamo dipinto i nostri giorni migliori.»

«Con l’argilla tra le mani e tanta fantasia,
hai portato nella nostra vita una magica allegria.»

Le creazioni realizzate insieme sono partite con loro per la Sicilia: oggetti concreti in cui resta il ricordo di pomeriggi trascorsi a modellare, colorare e inventare.

Le persone incontrate lungo il percorso

Oltre la nebbia, il mare non segue soltanto la storia clinica di Giulia o il viaggio della sua famiglia. Ogni poesia individua un incontro.

Ci sono i bambini conosciuti nella Grande Casa e in ospedale, i loro fratelli e i genitori. Ci sono i medici, gli infermieri, gli insegnanti e i volontari. Ci sono Gianna e Marisa, alle quali Antonio dedica “Le Madri dell’Approdo”. Ci sono le famiglie provenienti da Paesi diversi, capaci di riconoscersi pur parlando lingue differenti.

Non è un elenco di ringraziamenti formali. È la geografia umana di due anni trascorsi lontano dalla propria città.

Martina descrive ciò che accade tra i genitori:

«Le preoccupazioni diventano più leggere perché condividi la tua esperienza con altre famiglie che vivono la stessa situazione.»

Antonio lo traduce in un verso:

«Insieme nei saloni, tra un gioco e un caffè,
abbiamo capito che il noi batte il me.»

Nella lettera spiega che cosa significhi quel “noi”:

«Se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi due anni, è che restare in piedi è possibile solo se lo si fa insieme.»

La forza ricevuta non viene associata a un gesto eccezionale, ma alla continuità delle presenze:

«Ogni vostro sorriso, ogni parola scambiata, ogni abbraccio, ogni conforto ricevuto, ogni caffè condiviso e ogni carezza dei volontari.»

Sono azioni difficili da misurare singolarmente. Nel tempo, però, costruiscono una rete che accompagna la famiglia dentro e fuori dall’ospedale.

“Un approdo oltre la nebbia”

Nella lettera Antonio definisce Peter Pan:

«Un porto sicuro dove la paura è stata trasformata in coraggio e la solitudine in condivisione.»

L’immagine del porto attraversa tutta la raccolta. Il mare è prima distanza, poi direzione e infine ritorno. La nebbia rappresenta l’incertezza dei primi mesi; l’approdo non coincide con la fine del percorso, ma con la possibilità di attraversarlo senza restare isolati.

«Peter Pan è stato l’approdo oltre la nebbia, il luogo dove abbiamo capito che, anche durante la tempesta, si può imparare a ballare sotto la pioggia.»

È una definizione che nasce dall’esperienza della famiglia, non dall’assenza di paura. Martina e Antonio raccontano infatti che il ritorno in Sicilia porta con sé emozioni contrastanti: la gioia di riabbracciare la propria casa e la preoccupazione di allontanarsi dall’ospedale che, per due anni, è stato vicino.

«Giulia desidera tanto ritornare a casa e noi alla vita di prima, anche se dovremo convivere sempre con la paura.»

Il libro lasciato prima di partire

Antonio ha realizzato un estratto della raccolta appositamente per la Grande Casa.

«Lasciamo queste parole e un estratto di poesie, dove è racchiuso il racconto del nostro percorso, come segno del nostro eterno grazie.»

Il libro è destinato ai volontari, allo staff e alle famiglie incontrate, ma guarda anche a chi arriverà dopo.

«Perché possiate sempre ricordare che la speranza non è un’illusione, ma la forza di andare avanti anche quando tutto sembra cedere intorno a noi.»

Tra le pagine convivono paura e gratitudine, ricordi dolorosi e scene piene di movimento. Ci sono le attese dei genitori, ma anche i bambini che corrono nei saloni. Ci sono le cure e la nostalgia, ma anche la scuola, l’argilla, il mare e le amicizie nate senza bisogno di parlare la stessa lingua.

È questo contrasto a rendere il racconto vivo: la difficoltà non viene nascosta, ma non occupa tutto lo spazio.

Antonio scrive che ciò che la famiglia ha ricevuto a Peter Pan è diventato:

«Qualcosa che non ci lascerà mai.»

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Accanto alle famiglie, per tutto il tempo necessario

Quando un bambino o un adolescente malato di cancro deve curarsi lontano dalla propria città, l’intera famiglia è costretta a riorganizzare la propria vita.

Peter Pan ODV offre gratuitamente ospitalità, servizi e attività che accompagnano il nucleo familiare durante il percorso di cura.

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SCARICA QUI LA RACCOLTA DI POESIE DI ANTONIO CASSONE

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