Narrazione creativa: quando le parole diventano relazione

Intervista a Chiara Bongiovanni, operatrice del laboratorio nella Grande Casa di Peter Pan ODV

Entrano piano, si siedono sui cuscini, si guardano. Poi arrivano le risate. È da qui che comincia il laboratorio di narrazione creativa: da un incontro che non ha bisogno di grandi parole per prendere forma. Ne abbiamo parlato con Chiara Bongiovanni, che accompagna bambini e famiglie in questo percorso fatto di ascolto, immaginazione e relazione.

Come nasce il laboratorio di narrazione creativa a Peter Pan?
Nasce da una convergenza di obiettivi. Io lavoro nella promozione della lettura e della narrazione come strumenti di benessere individuale e collettivo. Insieme a Peter Pan abbiamo immaginato un percorso per gli ospiti delle Case. La narrazione creativa è, prima di tutto, un modo per entrare in contatto con le proprie emozioni e con gli altri: perché leggere e raccontare sono, essenzialmente, relazione.

Come si struttura un incontro?
C’è una struttura che definisco “routinaria”, ma non rigida. Gli elementi che si ripetono servono a creare accoglienza e rassicurazione. L’incontro si divide in tre momenti: una prima fase di accoglienza, una centrale di narrazione e una finale più espressiva. Questa continuità aiuta bambini e adulti a sentirsi a proprio agio, a lasciarsi andare.

Cosa succede all’inizio del laboratorio?
Ci si siede tutti insieme, su un tappeto, tra cuscini morbidi. Inizio con un gioco: faccio finta di non ricordare i nomi e provo a indovinarli. Loro mi correggono, ridono, partecipano. È un modo semplice per entrare in relazione, anche attraverso piccoli gesti, sempre rispettando i tempi e chiedendo il permesso. C’è poi un momento dedicato all’ascolto e al respiro, che aiuta a calmare l’eccitazione iniziale e a creare uno spazio condiviso.

E poi arriva la storia. Che tipo di narrazione proponi?
La parte centrale è dedicata alla lettura e al racconto, ma sempre in modo interattivo. Non è mai una narrazione passiva: faccio domande, coinvolgo, lascio spazio all’immaginazione dei bambini. La storia cambia anche in base a chi ho davanti, ai loro bisogni, a quello che emerge nel gruppo. Il ritmo, il tono, persino i silenzi si adattano a loro.

Qual è il ruolo della parte finale del laboratorio?
È il momento dell’espressione. Dopo aver “viaggiato” insieme nella storia, invito bambini e adulti a sedersi intorno a un tavolo e a creare: disegni, personaggi, paesaggi. Le tecniche cambiano ogni volta. È uno spazio libero, ma guidato, dove ciascuno può dare forma a ciò che ha sentito. Anche qui la relazione è centrale: si crea insieme, si parla, si condividono pezzi di sé.

Che valore ha questo laboratorio nel contesto delle Case di Peter Pan?
È uno spazio in cui il tempo e lo spazio si amplificano. Per un momento, la dimensione sanitaria passa in secondo piano. I bambini hanno la possibilità di incontrarsi davvero, di conoscersi, non solo di incrociarsi nei corridoi. È un’occasione per costruire relazioni e, attraverso queste, conoscersi meglio.

Che tipo di cambiamento osservi nei partecipanti?
È un percorso. Nei cicli di incontri si vede una crescita chiara: nei disegni, nei racconti, nella capacità di osservare e di esprimersi. All’inizio le rappresentazioni sono più semplici, poi diventano più ricche, più dettagliate. Si sviluppa una consapevolezza sia verso l’esterno, riconoscendo l’altro, sia verso l’interno, riconoscendo sé stessi.

In che modo la narrazione può sostenere i bambini in un momento così delicato?
Aiuta a dare forma a ciò che si prova. A rendere più comprensibili emozioni che altrimenti resterebbero confuse. Questo porta maggiore consapevolezza e, di conseguenza, più forza. Non elimina ciò che stanno vivendo, ma offre strumenti per attraversarlo.

Nel laboratorio di narrazione creativa non si cerca una storia perfetta. Si cerca uno spazio in cui poter essere, insieme. Dove le parole diventano un ponte, e ogni racconto, anche il più piccolo, apre la possibilità di sentirsi meno soli.

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